giovedì 26 dicembre 2013

La ricetta perchè il Governo mangi il panettone anche il prossimo Natale

Crescita e rigore – Germania contro tutti, l’Europa latina può farcela
Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero  del 22 dicembre 2013
Nemmeno l’ultimo vertice europeo di questo difficile 2013 ha portato sostanziali novità. Qualche piccolo passo in avanti, anche se ancora non definitivo, nella regolamentazione del settore bancario ma nulla di fatto sugli altri problemi in agenda. Nulla sulla difesa, nullasull’immigrazione e solo un rinvio su un possibile scambio fra riforme e incentivi finanziari, scambio che avrebbe dovuto dare un po’ di fiato all’ancora asfittica ripresa europea.
E’ sempre più evidente che il livello di coesione fra i diversi paesi è troppo basso per potere garantire, attraverso un condiviso consenso, un cambiamento di rotta alle politiche europee.
A Bruxelles la spaccatura fra Nord e Sud si è andata approfondendo ed anzi, leggendo in modo analiticol’andamento degli ultimi vertici, si sta sempre più trasformando un un match Germania contro tutti, nel quale la Germania, forte del proprio ruolo politico ed economico, gioca una partita solitaria anche nei confronti dei suoi tradizionali alleati.
L’Unione Europea è stata in grado in passato di risolvere problemi microeconomici delicati e difficili come quelli relativi alle regole della concorrenza e dell’antitrust ma non ha la forza politica di affrontare i grandi problemi macroeconomici dei rapporti fra gli Stati. Eppure è chiaro che non si esce in modo stabile dalla crisi solo obbligando i paesi più deboli a dolorosi aggiustamenti fiscali.
Se essi non sono accompagnati da una riforma delle politiche dei trasferimenti e da mutamenti sostanziali delle politiche economiche anche dei paesi più forti l’esito finale non può che essere la deflazione. La politica finora adottata da quando è cominciata la crisi ci mantiene infatti in una situazione nella quale la crescita rimane quasi trascurabile di fronte a quella che sta avvenendo altrove, a cominciare dagli Stati Uniti.
Nemmeno possiamo ragionevolmente aspettarci un prossimo cambiamento di rotta da parte della Germania perché il programma europeo della nuova coalizione di governo non si discosta da quello precedente: avremo quindi ancora molti buoni propositi ma pochi passi in avanti.
Per questo motivo ho ripetutamente insistito e ancora insisto sulla necessità di una politica comune da parte di Francia, Spagna e Italia, con una proposta capace di dare coraggio alla fragile ripresa europea ma anche con le garanzie per le necessarie riforme da attuare nei nostri sistemi economici.
Non mi sono mai nascosto la difficoltà di questo progetto anche perché la Francia pensa che il proprio sistema produttivo sia più forte di quello degli altri due paesi e la Spagna ritiene di essere fuori dalla crisi, anche se le sue capacità concorrenziali non sono certo superiori alle nostre.
Quanto all’Italia il suo sistema industriale, nonostante la tragica assenza delle grandi imprese, è ancora il più forte tra questi tre paesi, tanto da avere una bilancia commerciale attiva pur dovendo importare quasi tutta l’energia e tutte le materie prime di cui ha bisogno.
Tuttavia, dato il peso del debito che abbiamo sulle spalle, possiamo acquistare la legittimazione politica per lavorare assieme a Francia e Spagna solo dando concretezza all’agenda delle necessarie riforme e comportandoci in coerenza con gli impegni presi.
A questo proposito ci stiamo giustamente lamentando della pedante ottusità con cui l’occhio della Commissione di Bruxelles segue spesso le cose italiane, rendendo ancora più difficile il lavoro del nostro governo, ma dobbiamo anche renderci conto da dove è iniziata questa irritazione.
L’Italia si era infatti solennemente impegnata di fronte alla Commissione a mettere in atto robusti trasferimenti del peso fiscale dal lavoro agli immobili ma ha poi scelto il cammino opposto con l’abolizione dell’IMU. Di conseguenza non solo sono mancate le risorse per tenere in ordine il bilancio, ma si sono consumati mesi e mesi per trovare le risorse necessarie a fare fronte al mancato gettito derivante da questa decisione.
Inoltre i nostri colleghi europei non soltanto esigono il mantenimento degli impegni assunti ma si aspettano l’adozione di riforme capaci di porre fine alla nostra sclerosi, provocata dai comportamenti paralizzanti della Pubblica Amministrazione e della giustizia civile e amministrativa.
Meno giustificati sono invece i richiami riguardo al costo e alla mobilità del lavoro. I nostri costi sono infatti inferiori sia a quelli tedeschi che a quelli francesi e, negli ultimi anni, la mobilità in entrata ed uscita dal mercato del lavoro è diventata la regola generale, fino a compromettere in molti casi lo stesso interesse delle aziende di avere una mano d’opera con maggiore esperienza e specializzazione.
Una richiesta del tutto giustificata è invece quella di introdurre sia nel settore pubblico che in quello privato una maggiore flessibilità nell’utilizzo delle diverse mansioni dei lavoratori.
Questi sono solo esempi per sottolineare che, di fronte ai nostri colleghi europei, abbiamo l’obbligo di mettere in atto le riforme necessarie per migliorare il nostro sistema economico ma possiamo essere solo noi in grado di dire a Bruxelles quali sono le riforme più utili e, dopo un
accordo con la Commissione, metterle rigorosamente in atto.
Adottando questi comportamenti saremo capaci di portare avanti una efficace politica comune con Francia e Spagna, in modo da indurre i nostri amici tedeschi a sottoscrivere le correzioni necessarie per dare finalmente sostanza alla ripresa economica.
Con queste linee di condotta il nostro governo diventerà più forte e autorevole e sarà in grado non solo di godersi il panettone anche per il prossimo Natale ma, soprattutto, non sarà costretto a gustarlo obbligatoriamente accompagnato da un contorno di Würstel.

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